Riassunto Guerre Puniche

Oggi parliamo di storia romana visto che spesso ci occupiamo di Roma e delle sue bellezze. In molti vorrebbero leggere un riassunto delle guerre puniche. Il nostro consiglio è quello di non copiarlo, ma di rielaborarlo. Sarà un articolo a forma di riassunto e scheda, in modo che sia di facile comprensione.

Le cause della guerra tra Roma e Cartagine

Le origini – Roma e Cartagine convergono con i loro interessi sul Mediterraneo Occidentale, in particolare nei traffici commerciali con le isole più importanti del Tirreno: la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. E naturalmente con le città greche del Sud Italia. In quel periodo (265 a.C.) Roma è ancora una potenza italica. La sua vera forza è quella militare. Godendo della possibilità di arruolare truppe in numero superiore ai rivali è in grado di imporre la sua volontà. Cartagine non ha un suo esercito, ha arruolato mercenari, ma fa leva su una grande e mobile flotta in grado di mettere paura a chiunque.

All’inizio Roma e Cartagine agiscono come potenze regionali alleate. Curano i loro interessi a vicenda, senza pestarsi i piedi. Lo scontro nasce sulla base di un incidente di confine, possiamo definirlo, che la dice lunga sulla volontà delle due contendenti di arrivare a un punto di svolta.

La prima guerra punica

Dei mercenari di origine campana insediatisi a Messina, chiamati Mamertini, vedono i loro traffici sullo Stretto minacciati da Siracusa. Per difendersi essi chiamano in causa Cartagine, ma insoddisfatti della protezione offerta da questi, che controllavano la Sicilia Occidentale, decidono di rivolgersi a Roma. Il console Appio Claudio non tentenna, il Senato lo invia in Sicilia per prendere in mano le operazioni e sgomberare la città dalla guarnigione cartaginese, ritenuta una probabile fonte di pericolo per Roma. Così dopo due anni di alterne vicende, il console riesce a scacciare da Messina Cartaginesi e Siracusani, stipulare la pace con la città e inserirla nell’orbita delle alleanze di Roma.

È in questo preciso istante che Cartagine dichiara la guerra. Roma deve combattere lontano dalla città, in territorio ostile, per questo dopo vari tentennamenti il Senato decide di inviare il console Caio Duilio con oltre 100 navi, la più grande flotta mai vista a Roma. L’esito della battaglia di Milazzo è importante: Roma per la prima volta trionfa sul mare. La conseguenza è che Cartagine si trova improvvisamente più debole là dove pensava di essere più forte, tanto che i Romani ne approfittano per occupare la Sardegna e la Corsica.

C. Duilio celebrò il primo trionfo navale della storia, e i rostri delle navi nemiche fecero bella mostra nel Foro. Polibio racconta che i Romani vinsero grazie ai corvi, delle speciali passerelle che agganciavano le navi nemiche, trasformando la battaglia da navale a terrestre. Ma questa notizia è probabilmente falsa, fatta circolare dai Cartaginesi per giustificare la sconfitta.

La seconda fase della Prima Guerra Punica si svolge con vicende alterne. L’impresa del console M. Attilio Regolo di sbarcare in Africa (255 a. C.) finisce con una catastrofe: viene preso prigioniero con molti legionari. Successivamente i combattimenti avvengono più che altro in Sicilia, dove i contendenti danno luogo a episodi di guerriglia e scaramuccia che non cambiano l’esito della guerra. Quando infine nel 241 il console G. Lutazio Catulo vince un’altra fondamentale battaglia navale alle Egadi, i Cartaginesi guidati da Amilcare Barca si vedono costretti a chiedere la pace e subire delle pesantissime condizioni: lasciare la Sicilia ai Romani e ai loro alleati, riconsegnare i prigionieri, pagare un elevato risarcimento in oro e denaro.

La seconda guerra punica

I Romani approfittarono delle nuove conquiste per istituire le prime province. La sfera d’influenza dei loro traffici si è allargata a tutto il Mediterraneo occidentale. I traffici sono aumentati e inevitabilmente la posizione di predominio che aveva Cartagine ormai è scemata. Il partito dei commercianti guidato dalla famiglia dei Barca non può più permettersi una perdita di prestigio, anche perché Roma ormai guarda alla Spagna, là dove Cartagine ha importanti possedimenti e mercati. Ed è proprio in Spagna che abbiamo il “casus belli” per la Seconda Guerra Punica, di gran lunga la più importante, famosa e studiata.

Durante il trentennio che separa le due guerre a Cartagine si erano avvicendati gli Annone, proprietari terrieri, meno interessati ai traffici marini. Ma mentre i maggiorenti cartaginese erano riusciti a pagare l’indennità di guerra, essi erano in difficoltà nel pagare il soldo ai mercenari, che infatti si ribellarono. Temendo per le sorti della città, essi richiamarono Amilcare Barca, da tempo impegnato in Spagna. Amilcare riportò l’ordine e ricominciò a influenzare il governo, orientandolo verso politiche mercantili. L’audacia di Roma metteva in continua difficoltà Cartagine, che trovò in Spagna il terreno fertile per rilanciare i suoi commerci.

I Romani guardavano con sospetto queste operazioni: la Spagna era un vasto territorio ricco di miniere. Ad Amilcare succedette Asdrubale e con esso i Romani strinsero un trattato di pace, dividendo le due sfere di influenza a Sud e Nord del fiume Ebro, che taglia in due la penisola iberica, sfociando nel Mediterraneo.

Una città, Sagunto, era legata a Roma da un vincolo di amicizia precedente all’accordo con Asdrubale ed era situata all’interno della sfera di influenza cartaginese. Quando morì Asdrubale (221) il potere militare venne nella mani del figlio di Amilcare, il giovane Annibale. Questi, si narra, era accecato dall’odio verso Roma, trasmessogli dal padre, così non ci volle molto tempo che si trovasse ad assediare Sagunto e conquistarla (219) aprendo di fatto le ostilità con Roma.

Come tutti sanno, le operazioni belliche di Annibale sono passate alla storia per l’audacia e la perizia militare dimostrata. Il suo piano era complicato, ardito, ma ambizioso: portare la guerra là dove Roma si sentiva più forte, nel territorio italico. Sconfiggere gli eserciti legionari, intimorire gli Alleati e sfaldare le varie alleanze che rendevano Roma la padrona assoluta della scena politica nella penisola. Scardinando le difese dall’interno avrebbe ridimensionato Roma, ristabilendo il predominio cartaginese nel Mediterraneo occidentale.

Annibale attraversa le Alpi con gli elefanti

Per fare ciò Annibale doveva allestire un potente esercito e una flotta in grado di tenere a bada i nemici, contando, all’inizio, esclusivamente sulle sue forze. Quando Roma chiese di consegnare i responsabili dell’assedio e della conquista di Sagunto, Cartagine si rifiutò dando l’inizio formale alla guerra. Annibale era preparato: aveva ideato il piano contando proprio sul disfacimento delle varie confederazioni italiche.

Roma era tranquilla, non che fosse impreparata, tutt’altro. L’esperienza della Prima Guerra aveva forgiato l’esercito legionario, fondato ancora da cittadini e coorti di ausiliari degli alleati, e la grande flotta. L’idea iniziale era quella di portare direttamente la guerra in Africa, costringendo Annibale a tornare sui suoi passi. Ma Cartagine era ben presidiata dal fratello di Annibale, chiamato anch’egli Asdrubale, pertanto ai Romani non rimaneva che di intercettare l’esercito nemico. Il piano di Annibale prevedeva l’attraversamento delle Alpi. I romani mandarono contro un esercito sul Rodano, per coglierlo di sorpresa, ma mancarono l’appunto e proseguirono verso la Spagna, per danneggiare il dominio cartaginese.

Con circa 30.000 uomini ed elefanti, Annibale passò le montagne, compiendo un’impresa straordinaria, e si gettò nella pianura Padana dove incrociò il primo esercito Romano, alla confluenza del Ticino con il Po. Poi nel dicembre del 218 le due cavallerie si scontrarono ai piedi del fiume Trebbia, vicino a Piacenza. Nonostante i Romani fossero in superiorità numerica, subirono una grande sconfitta, causata anche dall’aiuto prestato dai Galli. Il piano di Annibale si stava rivelando vincente.

I Romani furono subito costretti a combattere sulla difensiva, arroccandosi nelle città dell’Appennino. All’altezza del Lago Trasimeno si ebbe una seconda cruenta battaglia, più il frutto di un’imboscata da manuale di guerra, nella quale cadde il console Flaminio con 20.000 soldati.

Annibale, forte di questi successi straordinari, ora era veramente a due giorni di marcia da Roma. Sarebbe bastata deviare dall’Umbria al Lazio per piombare sulla città, in preda al terrore per il pericolo di “Annibale alle porte”. Invece, in pieno inverno, Annibale preferì far svernare il suo esercito nel Sud Italia, scendendo verso l’Apulia (l’attuale Puglia) con l’idea di sfaldare le alleanze che tenevano unite Roma e le città dell’ex Magna Grecia.

Ai Romani non rimanevano che due strade: attendere per riprendersi oppure allestire un nuovo poderoso esercito e cacciare una volta per tutte l’invasore. All’inizio la strategia dell’attesa sembrò pagare. Ne era fautore Quinto Fabio Massimo, che una volta assunta la carica legale della dittatura, decise di aspettare e radunare le forze. Per questo fu soprannominato il Temporeggiatore. A Roma però la politica di Fabio Massimo non poteva durare per molto. Una volta deposta la dittatura prevalse il partito dell’intervento, guidato dai consoli del 216 Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo.

La battaglia di Canne

Nella primavera di quell’anno i Romani decisero di dare battaglia, uscendo dalla lunga fase dell’attesa, nei pressi di Canne, all’altezza del fiume Ofanto. Con circa 50.000 soldati – un esercito mai visto all’epoca – affrontarono Annibale in condizioni di netta superiorità numerica, ma ancora una volta la clamorosa tattica bellica (di accerchiamento, studiata ancora oggi nelle accademie militari) del generale cartaginese ebbe la meglio. Per Forma fu un autentico disastro, il console Emilio Paolo cadde in battaglia. Al superstite Varrone furono rese pubbliche grazie per non aver dubitato della possibilità di vittoria.

Roma dopo Canne era in pericolo. Il disegno di Annibale si stava compiendo. Numerosi alleati del Sud Italia, come i Sanniti, i Bruzi e i Campani passarono dalla sua parte. Ma Roma dimostrò ancora una volta di possedere le energie necessarie per riprendersi grazie alla fermezza del Senato, che in questo periodo seppe scegliere gli uomini giusti.

Grazie alla flotta riuscirono a isolare Annibale dalla madre patria, rendendo la sua posizione in Italia sempre più precaria. In più le operazioni in Spagna stavano volgendo al meglio. Lì un giovane generale, Publio Cornelio Scipione, si stava mettendo in mostra, battendo ripetutamente i cartaginese e suscitando ribellioni tra le popolazioni soggetto al dominio punico.

Scipione diventa console

Una volta rientrato a Roma, il Senato concesse una deroga a Scipione, consentendogli di diventare console prima del tempo, nel 205. Assumendo il comando, egli riprese in mano l’antico piano di portare la guerra in Africa, costringendo Annibale a sgomberare l’Italia. Scipione approfitto del comando per riformare la truppa, rendendola più duttile all’impiego nel campo di battaglia, dando autonomia di manovra ai manipoli, che così potevano essere utilizzati durante le fasi cruente del conflitto. Sul Metauro i Cartaginesi subirono una pesante sconfitta ad opera dei generali M. Livio Salinatore e Claudio Nerone (207). Successivamente tocca a Scipione.

Sbarcato in Africa, nei pressi di Zama non lontano dall’attuale Tunisi, il generale romano diede battaglia a un esercito cartaginese stanco e reduce dalle battaglie in Italia. Annibale era stato richiamato con urgenza per salvare la città. Questa volta la tattica di Scipione ebbe la meglio e Roma vinse definitivamente la guerra, imponendo delle sanzioni pesantissime alla città rivale. Il trionfo arrise al giovane generale il soprannome di Africano.

La terza guerra punica

Viene chiamata Terza Guerra Punica, la guerra combattuta dai Romani contro Cartagine nel secondo secolo a.C. – Nel 146 prendendo come pretesto la politica aggressiva di Massinissa re dei Numidi e alleato di Roma, contro Cartagine, allora una città mercantile, dai possedimenti limitati, ma dalla notevole vivacità economica, i Romani penetrarono nuovamente in Africa, guidati da un nipote adottivo dell’Africano: Scipione Emiliano. Questi rase al suolo la città e vi fece cospargere il sale, per non farci ricrescere più nulla. Al suo rientro, nonostante fosse toccato dalla fine della gloriosa città, Scipione Emiliano fu detto l’Africano Minore, per distinguerlo dall’avo vincitore di Annibale.

Va quindi fatta una distinzione per non confondersi: Scipione l’Africano fu il vincitore di Anniibale a Zama, mentre Scipione Emiliano detto poi Africano Minore fu quello che distrusse la città, sotto la spinta dell’azione politica del Senato (e in particolare del famoso censore Marco Porcio Catone, che terminava ogni discorso con la frase Carthago delenda est, cioè “Cartagine deve essere distrutta”).

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