Ottaviano e Antonio alla conquista di Roma

Ottaviano e Antonio alla conquista di roma

Subito dopo il brutale assassinio di Giulio Cesare, nell’anno 44 a. C, tutti a Roma erano convinti che sarebbe toccato a Marco Antonio, suo braccio destro e compagno di tante battaglie, prendere il posto del dittatore scomparso. Ne era convinto anche lui, che infatti pronunciò il vibrante discorso in onore del defunto alla cerimonia funebre nel foro. Inoltre ebbe il privilegio di leggere in pubblico il testamento con il quale Cesare lasciava 300 sesterzi ad ogni popolano (una cifra enorme se si considera che i beneficiati furono dai 150 ai 300 mila).

Lo scontro tra Ottaviano e Antonio: la causa della battaglia di Azio

Ottaviano e Antonio alla conquista di romaMa proprio la lettura di quel testamento diede un colpo decisivo alle ambizioni di Antonio: Cesare vi nominava suo erede un ragazzo di 18 anni, suo nipote e figlio adottivo, che pochi conoscevano e che nessuno aveva mai preso in considerazione, Caio Ottavio, detto Ottaviano. Ebbene, la prima ragione della battaglia di Azio, che si sarebbe combattuta tredici anni dopo e che avrebbe deciso una volta per tutte chi dovesse essere il padrone del mondo, va ricercata proprio in quella sorprendente eredità (e del resto, come si vedrà, un altro testamento segnerà la condanna di Antonio davanti all’opinione pubblica romana proprio alla vigilia di quel decisivo scontro navale). Intanto però l’erede presunto e l’erede designato dovettero mettersi d’accordo per fronteggiare l’opposizione del Senato, dove gli anticesariani avevano rialzato la testa, e la minaccia di Bruto e Cassio, i due che avevano organizzato il complotto contro il dittatore e che ora il Senato proteggeva — anche contro il malcontento popolare – al punto da mandarli a governare le province orientali: Bruto in Grecia e Macedonia, Cassio in Siria.

Come è noto, la resa dei conti avvenne due anni dopo, nella piana di Filippi, in Grecia. Qui gli eserciti di Antonio e Ottaviano batterono nettamente le forze di Bruto e Cassio, D. che preferirono uccidersi piuttosto che finire nelle loro mani. Ma prima, e cioè dal 44 al 42 a. C., i nuovi padroni di Roma avevano sistemato le cose tra loro, combattendosi (a Modena, a Perugia) e accordandosi (a Bologna) a seconda del momento e del personale interesse. A Bologna, in particolare, nell’anno 43, avevano stretto un patto – che includeva anche un altro cesariano di riguardo, Marco Limilio Lepido dando così vita ad un secondo triunvirato (quello precedente aveva unito Cesare, Pompeo e Crasso). Era un accordo privato, al quale però un plebiscito attribuì valore costituzionale, fissandone la durata in cinque anni, che poi sarebbero stati protratti per altri cinque triunviri poterono a questo punto regolare i conti Con gli Oppositori del Senato: si compilarono liste di proscrizione, si ordinarono omicidi, si sequestra rami beni.

La vittima più illustre fu il grande Oratore Cicerone, che aveva commesso l’errore di attaccare Antonio con le sue”Filippiche” dette così perché si ispiravano alle orazioni del greco Demostene contro Filippo di Macedonia, il padre di Alessandro Magno – fidando nella protezione di Ottaviano, che invece si guardò bene dall’intralciare i piani, e i delitti, del suo socio momentaneo. La vendetta di Antonio si consumò nel giro di pochi giorni: alla fine di novembre era stata approvata la legge che legalizzava il triumvirato, il 7 dicembre del 43 Cicerone cadeva sotto i colpi dei sicari, che lo raggiunsero a Formia mentre tentava una disperata fuga in oriente. Naturalmente i tre nuovi padroni di Roma si spartirono il potere e i territori da governare. A Ottaviano andò l’Italia e l’occidente, a Lepido l’Africa, ad Antonio l’oriente e l’Egitto, oltre alla sorella di Ottaviano, Ottavia, che gli fu data in sposa – essendogli morta la prima moglie Fulvia – per cementare l’accordo con un legame di parentela. Mentre Ottaviano ingaggiava una dura lotta contro Sesto Pompeo – figlio di Oneri Pompeo collega di Cesare nel primo triumvirato e poi suo rivale – che al comando di una grande flotta controllava la Sicilia e la Sardegna, Antonio si trasferiva in oriente per preparare la guerra ai Parti, il popolo che dalla Persia minacciava i confini orientali di Roma e che già aveva sconfitto a Cane, nel 53 a. C., l’altro membro del primo triumvirato, Licinio Crasso.

Lo stesso Cesare stava preparando una grande spedizione contro di essi quando venne assassinato. Antonio si era fatto un punto d’onore di compiere lui l’impresa che non era riuscita al suo maestro. Si trovava dunque a Tarso, nel sud dell’attuale Turchia, impegnato a raccogliere le forze da opporre (Ottaviano avevo promesso di inviargli 20 mila legionari, ma si guardò bene dal farlo), quando gli si presentò, in fogge e atteggiamenti da divinità orientale, la seducente regina dell’Egitto, quella Cleopatra già famosa a Roma per avere sedotto Cesare e avergli dato un Aglio che aveva furbescamente chiamato Cesarione, perché tutti sapessero chi era il padre. Quell’incontro, cantato dai poeti come l’unione del dio della guerra con la dea dell’amore, penò alla rottura definitiva tra Marco Antonio e il cognato Ottaviano. La campagna contro i Parti finì con urta grave sconfitta che offuscò pesantemente la fama di abile stratega che accompagnava da sempre Antonio e non fu riscattata neppure dalla successiva conquista nell’Armenia, in vista di una nuova spedizione che non ci sarebbe più stata. Ottavano, che pure qualche responsabilità ce l’aveva in quella sconfitta per non aver invialo le legioni promesse, la sfruttò abilmente sul piano propagandistico, facendola apparire come il risultato di una vita dissipata tra lussi orientali e amori illegittimi, e di un’azione politica che, invece di fare gli interessi di Roma mirava a rafforzare il potere personale del triunviro e quello della sua amante egiziana.

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