I ritratti che parlano de Il Piccio

Difficile dimenticare per chi li ha visti vivere su tele che respirano, personaggi come Giovanni Beltrami, reputato glittografo e amico di Giovanni carnevali, detto il Piccio, il pittore che ce lo consegna vivo, e che a tal punto dovette considerarne il merito professionale e creativo, da portarsi dall’altra parte della vita due anelli con cammei, pietre incise, forse dallo stesso Beltrami: quando fu ripescato dal Po nel quale si era annegato, il Piccio portava alle dita quegli anelli. E se Beltrami era in grado era in grado di cavare dalla pietra ritratti in miniatura, Piccio aveva l’estro e la morbidezza di pittura per mettersi il Beltrami davanti così com’era.

Il Piccio: l’ultimo romantico

E ancor più la moglie Teresa Toscani con una evidenza non realistica ma più profondamente umana, di umori, di vita, di bonomia e di egoismo insieme, cogliendo espressioni così intense e vere che nessuno prima e nessuno dopo avrebbe, con altrettanta forza, rubato alla vita. E’ del Piccio quest’arte suprema, che ce lo rende parlante nell’Autoritratto scapigliato, nel volgere improvviso della testa, agitando la tavolozza, che appare indefinita, mossa come una fotografia frettolosa. Ora la storia di questo formidabile pittore chiude una lunga tradizione che, nella sua città, si era potentemente manifestata dal Moroni a Fra Galgario. E forse egli riparte proprio da quest’ultimo, inseguendo la vita e la carne, in una prontezza e velocità di esecuzione, che agevolano la ricerca interiore, andando verso una vibrante verità, al limite del non finito, fino ad effetti di tremolio dell’immagine del tutto inconsueti.

All’impresa pittorica del Piccio, con un’antologia della grafica, dedica ora una impeccabile monografia, in rosa, Renzo Mangili, studioso scupoloso di cose bergamasche. Ci pone davanti una galleria di ritratti di meravigliosa evidenza. Non di rado, coppie che parlano a noi più di quanto non abbiamo mai parlato fra loro: si pensi a Matteo Alberti, a Gianbattista Scotti, con Fulvia Fossati Scotti, colti in un moto dell’animo, in un atteggiamento che ne rivela l’indole, la disponibilità, l’affabilità. Ci torna davanti oggi, un suo amministrato, nella pienezza formale del ruolo: il conte Giuseppe Manara. Personaggio e pittore sono nell’accogliente Cremona. Giovanni esce da palazzo Manara, in via dei Tribunali. Il manara doveva essere inquietante e rassicurante a vederlo nell’impettito ritratto, in divisa, impeccabile e improbabile, con il cappello dall’arioso pennacchio nero. Apparentemente così diverso dai suoi sensibili e umanamente accostanti concittadini, il Manara si apparenta soltanto in via esterna e fisionomica, all’altro ritratto dello stesso personaggio, originariamente concepito dal Piccio, di misure simili e con uno stemma simmetrico a sinistra.

Un ritratto che assai si raccomanda per originalità e per verità, condividendo con l’altro, la vanità. Il primo, ufficiale, in divisa di aulica circostanza, benchè allucinato, e insolito nella quasi ingenua rigidezza; il secondo, in borghese, più cordiale, con il delicato valletto nero, è un capolavoro di immediatezza e realismo psicologico quale non sarebbe riuscito nemmeno a Delacorix p a Gericault. Qual è, dunque, il limite di Piccio rispetto ai suoi colleghi francesi? Una fedeltà lombarda, moroniana, alla realtà fisionomica, alla identità anagrafica dei suoi personaggi che nei dipinti appaiono come incontrati per strada, in un salotto o a teatro, nella vita di società di Bergamo o di Cremona, tra le nebbie di lunghe giornate invernali e le estati troppo calde sulle rive del Po. Qui, un giorno di luglio del 1873, Picco lascerà andare il suo corpo nelle acque insidiose del fiume.

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