Gli afro-americani, lo schiavismo e diritti civili

La presidenza Obama sembra chiudersi nella rivolta razziale e nei disordini civili. È strano considerando che gli Stati Uniti non avevano mai eletto un presidente di colore, afro-americano, come si usa dire in termini politicamente corretti. Alla vigilia di elezioni molto delicate nelle quali si presenta un ultra-conservatore di destra come Trump questa non è la migliore delle eredità.

Va detto che il problema dell’integrazione razziale dei neri, ovvero degli afro-americani è di lunga data e non è mai stato risolto del tutto dalle leggi sui diritti civili approvate da Kennedy e il suo successore Johnson, al tempo della lotta per l’emancipazione portata avanti da intellettuali influenti come Martin L. King.

Contrariamente a come spesso si crede i primi africani non giunsero sulle sponde americane come schiavi, ma in qualità di servitori, marinai oppure soldati. È sicuro che ci fossero marinai di colore nelle spedizioni alla ricerca di ricchezza nel nuovo mondo, come quelle famigerate di Pizarro e Cortez. I nobili spagnolo utilizzavano gli africani come domestici o guardie del corpo, e in alcuni paesi dove era vigente una forma di assolutismo monarchico e spietato, questa condizione spesso si assomigliava alla servitù, ma nei fatti non lo era. La differenza principale stava nella considerazione di queste persone come mercanzia, che si affermò nel periodo immediatamente successivo.

In realtà la schiavitù domestica era stata largamente utilizzata in tutto il Medioevo, come ricordo della ben nota schiavitù romana, che era alla base dell’economia dell’Impero. Mercati ed empori spesso commerciavano schiavi, città come Venezia erano all’apice proprio grazie a questi commerci. E va aggiunto che in Africa, nelle lotte tra le varie tribù, i vincitori spesso catturavano come schiavi i vinti e li vendevano da padroni ai mercanti europei. Tuttavia questi domestici alla fine facevano parte della famiglia, soprattutto in Oriente e nei territori sottoposti alla dominazione araba (che trasferì l’usanza appunto alle famiglie nobili spagnole).

Ci volle insomma del tempo prima che si pensasse di utilizzare i neri d’Africa nelle piantagioni, per il lavoro coatto nelle Americhe. Dapprima i governi europei che sfruttavano questi ampi territori si rivolsero a sfaccendati, miserabili, nullafacenti, carcerati, furfanti. C’era un intero continente da dissodare. Tuttavia quando questi arrivavano in America fuggivano perché c’era appunto un mondo da costruire e andavano a cercare fortuna altrove. C’era insomma la necessità di servirsi di manodopera che, con le buone o con le cattive, accettasse una condizione di inferiorità e piegasse la schiena per i suoi padroni.

Nelle colonie britanniche che precedettero la formazione degli USA la schiavitù dei neri fu introdotta ufficialmente nel 1619 quando una nave negriera olandese sbarcò sulle coste della Virginia. Ben presto questo tipo di trasporti, che provenivano dalla costa occidentale dell’Africa sub-sahariana, iniziò ben presto a diffondersi nel sud del paese. Nel nord, ad esempio nel New England, l’area intorno a Boston il cuore dei futuri Stati Uniti, essa si estinse quasi subito perché l’economia del luogo non era basata sulle piantagioni ma sui lavori artigianali, di precisione, che rendevano inutile l’ausilio dei neri. Dove invece si diffuse, come sappiamo, fu negli stati del sud, i grandi territori incolti, vaste pianure fertili, nelle quali era necessario impiegare centinaia se non migliaia di schiavi per singolo latifondo.

Oggi il problema dell’integrazione si è spostato dalle campagne alle città e non riguarda più un singolo territorio anche se rimangono zone nelle quali c’è una maggioranza afro-americana.

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